BLANK SPACE

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Mi sono chiesta da dove iniziare, per parlare di EVS. Dunque ho pensato, cominciamo dal principio: una delle domande più classiche in ogni application form riguarda le tue aspettative circa l’esperienza per cui ti candidi. A questo punto io di solito alzo lo sguardo sbuffando e mi lamento con il coinquilino di turno di quanta fantasia mi ci voglia per riempire questo specifico campo. Dopo una breve disquisizione torno alla schermata avida di risposte e confesso la brutale verità, edulcorata da un formale inglese, che suona più diplomatico della mia lingua madre.

Non ho la più pallida idea di quello che mi aspetta.

È cosa nota, e non per questo sempre esatta, che chi legge la tua candidatura voglia una persona decisa e motivata, per la quale il progetto in questione rappresenti un determinato piolo della scala verso l’obbiettivo ultimo. Lo ammetto, non fa una piega. Eppure qualcosa dentro di me si ribella e rifiuta di mentire per vendersi meglio. Sarà che io non ho un solo obiettivo, cambio più di quanto riesca a percepire, e vivo con questa sotterranea speranza che diversi sentieri conducano allo stesso posto.

 

Il mio EVS non è iniziato in maniera convenzionale. Avevo fatto domanda per il Servizio Civile all’estero, un progetto in un villaggio praticamente nella giungla, in India, il mio sogno da sempre. C’erano solamente due posti, e il giorno che mi hanno comunicato che non ero stata selezionata lo sconforto non ebbe che poche ore per prendermi alla gola. Quel pomeriggio ricevo una chiamata che vivo come ovattata, una sorta di scherzo non troppo divertente. In quel periodo cercavo di capire principalmente come pagare le bollette, quindi alla vista del numero sconosciuto pensai mi avessero richiamato dopo uno dei frustranti colloqui come commessa o cameriera. Invece si trattava di un’associazione culturale situata all’altro capo del paese, dove qualcuno di cui conosco solo la voce energica e premurosa, nel mio CV vedeva una potenziale volontaria. Come il mio curriculum fosse finito sotto quegli occhi non lo chiesi, immaginai l’avessero pescato con una lunghissima lenza dall’oceanico database delle organizzazioni attive nel sociale.

 Questa sconosciuta mi stava dicendo che avevo una prospettiva.

È uno scherzo, ho pensato per tutto il tempo della chiamata. Controllo sul web, l’associazione esiste davvero, nella casella postale compaiono le descrizioni dei progetti per cui potrei candidarmi e partire in meno di un mese. Da scherzo a miracolo in pochi secondi. Una piega dell’universo mi ha fatto scivolare nel surreale, e per il tempo necessario ad essere adatta a qualcosa che normalmente richiede una quantità sfacciata di credenziali e fortuna! Ancora più surreale, decido che il progetto in Estonia fa al caso mio. Perciò la domanda sulle “expectations” mi lascia lì appesa, inerme. Il giorno prima credevo avrei passato un anno in India, a difendermi dalle zanzare e cercare di imparare il dialetto locale, ora tutto quello che sapevo era che avrei avuto freddo, parecchio anche. Non è che non mi interessi sapere a cosa andrò incontro, forse gli animali sono tanto fortunati da non arrovellarsi a speculare sul proprio futuro, mentre le aspettative sono qualcosa di profondamente umano. Credo non di meno che quel groviglio torbido di speranze, ricordi e intenzioni possa essere più o meno prepotente nel guidare i disegni delle nostre vite, tracciando dei binari discreti o passando il foglio da parte a parte come un ago impregnato di colore. Ebbene, il mio personale coacervo di astrazioni e previsioni emetteva un segnale simile ad un encefalogramma piatto. Perché questa abbacinante ignoranza? Ogni viaggio che io interpreti come tale, mi provoca una sospensione di giudizio. Parto dalla consapevolezza di non conoscere neanche un centimetro della terra che calpesterò domani e la cosa non mi spaventa per niente, è solo un immenso spazio bianco. La mia immaginazione non sente il bisogno di riempirlo poiché è dotata di un prezioso corollario: ogni cosa ti insegna, ogni cosa ha un valore. Ho passato ormai 9 mesi in una città di cui sapevo a malapena la collocazione geografica, lontano da tutti quelli che considero la mia famiglia, e ho imparato tante di quelle cose che i miei percorsi cognitivi hanno connessioni con le connessioni alle connessioni. Lavoro in un centro diurno per persone con disabilità gravi multiple, la mia intera concezione di vita funzionale e felice è cresciuta in complessità e si è estesa per chilometri fino a toccare l’orizzonte. In generale, se penso a quanto, appena arrivata a Tallinn, fossi ingenuamente sopraffatta dal cambiamento totale di contesto, mi rendo conto di come sia stato provvidenziale non aspettarsi nulla. Tutto era plausibile, tutto era in costruzione a partire da zero, le abitudini alimentari dei coinquilini spagnoli, il silenzio funereo negli autobus straripanti, le facce assolutamente illeggibili dei colleghi (o di qualsiasi locale). E poi trovare condivisione dove il linguaggio verbale è solo uno dei tanti modi di comunicare, sentirsi a casa camminando nella foresta, avanzare su lastre di ghiaccio con quotidiana noncuranza. La scoperta del suono del vento quello forte, nordico e schietto, tra milioni di foglie quando c’è il sole, che è come una carezza mormorante, come se mia madre avesse viaggiato di albero in albero fino a qui per continuare a sussurrare le sue preghiere, passarmi tra i capelli e riempirmi gli occhi. Imparare a vivere qui non ha tolto un briciolo di meraviglia. Tutto compone un quadro sconvolgente, perché mi mostra sfumature della realtà cui non ero abituata, vicino alle quali i miei colori appaiono diversi da quelli che credevo fossero. La mia impressione è che mantenere viva la sospensione di giudizio serva ad alimentare l’azione creativa che si svolge nell’interazione tra noi e tutto ciò che è intorno, che è nuovo a ogni secondo. Non intendo glissare sulla componente critica del processo, ma contemplare questa mescolanza e abbracciarla (anche nei momenti in cui ricorda più che altro uno sfacelo di mondi collisi) mi convince di quanto la diversità sia fondamentale alla vita e allo sviluppo.

Ecco perché difendo la bellezza di questa blank page verso cui la penna si approssima. Ammiro la necessaria leggerezza dello stupore. Ancora tutto cambia e posso sempre decidere cosa scrivere su questa pagina, ancora mi meraviglio di quanto le strade e i volti siano amati e familiari. Ancora mi sento una somma in parti uguali di tutto quello che è stato e di tutto quello che potrebbe essere.

 

 

Ingrid Lavezzo

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