Nel mezzo del cammin del mio SVE

Sembra ieri quel caldo e afoso pomeriggio di maggio in cui ricevetti una chiamata dalla signora Nuccia, di ArciStrauss. Quella voce dall’accento siciliano mi invitava a prendere parte a uno SVE presso un’università di Ankara, in Turchia. All’inizio mi era sembrata una follia, anche perché avrei avuto poco meno di un mese per prepararmi alla partenza. Alla fine, però, la curiosità e il coraggio hanno avuto la meglio sull’inerzia e sulla paura e così, la mattina del 20 giugno, mi sono imbarcata su quell’aereo per Ankara. Al mio arrivo in aeroporto c’erano ad attendermi le due mentori dell’associazione. Sono subito stata colpita dalla loro gentilezza e disponibilità. Nel percorso dall’aeroporto al centro della città, fuori dal finestrino posteriore dell’auto, cominciavano a materializzarsi colline giallo-verdi e un cielo di un celeste rasserenante. Esso era solcato da enormi nuvoloni bianchi che sembravano essere punzecchiati dai minareti e dagli altissimi grattacieli che man mano cominciavano a comparire. Erano le sette, la luce del tramonto estivo si rifletteva sulla superficie specchiata dei palazzi e sulle cupole dorate delle moschee: ero arrivata ad Ankara, una città splendente. Dalle finestre delle case, invece, sventolavano le bandiere rosse con la mezzaluna e la stella bianca, poste lì anche in occasione della partecipazione della Turchia al campionato europeo di calcio. Una volta arrivate in centro città, le ragazze mi hanno dato il benvenuto con una cena in un ristorante: la mia prima cena turca. Il locale cominciava a riempirsi di clienti, visto che il calare del sole dava l’inizio alla fine del digiuno del Ramadan. Noi abbiamo cenato con una zuppa di lenticchie (Mercimek çorbasi) e con il gözleme al formaggio, un pane sottile sfogliato, simile a delle crêpes salate.

In ogni SVE che si rispetti, l’educazione non-formale gioca un ruolo fondamentale all’interno del percorso formativo e, in questa prima metà della mia esperienza, ho davvero avuto l’occasione di accrescere le mie conoscenze, le mie attitudini e le mie competenze.  Non solo grazie al lavoro nell’ufficio Erasmus dell’Università di Hacettepe, ma anche attraverso la scoperta delle tradizioni e della cultura di questo meraviglioso Paese.

Dopo la fine del Ramadan, ad esempio, vi è stata circa una settimana di vacanza (bayram), così ne ho approfittato per vedere la città alla quale tutti pensiamo quando si parla di Turchia: Istanbul. Non esistono parole per definire la bellezza e la magia di una città che si estende su due continenti, l’Europa e l’Asia, rappresentando, così, l’anima più autentica della Turchia. Non si può descrivere l’emozione che si prova nel contemplare la Moschea Blu al tramonto o nel visitare la Basilica di Santa Sofia, nel quartiere di Sultanahmet. O ancora il brivido di attraversare il Bosforo in traghetto guardando il ponte che unisce due continenti. Oppure la sensazione di ebbrezza da cui si è invasi camminando per le strade dei quartieri di Beşiktaş e Taksim. Al ritorno da Istanbul ho ripreso a lavorare e, oltre ad avere stretto un forte rapporto con le mie due mentori, ho avuto la fortuna di conoscere altre bellissime persone, come la mia compagna di stanza e i suoi amici. I giovani cittadini turchi sono ragazzi pieni di sogni e, quando hanno saputo che ero italiana, mi hanno subito chiesto se conoscessi il regista Ferzan Ozpetek, un vero idolo per molti di loro. Cosicché, insieme, canticchiamo spesso “Cinquantamila lacrime” di Nina Zilli. A proposito di musica, la Turchia tiene tantissimo alla propria tradizione musicale, che copre generi che vanno dal folk, al pop, alla musica techno e al rock. Non solo: ma un’altra tradizione importantissima è anche quella delle danze popolari che ho avuto l’onore di ballare quando sono andata in vacanza a Kuşadası, sul Mar Egeo, ospite della mia mentore. In una serata dedicata al cibo italiano, nel corso della quale mi sono dilettata a cucinare le tagliatelle alla Bolognese, insieme ad altri amici abbiamo danzato prima sulle note della musica turca e poi su quelle della pizzica salentina, constatando che nelle movenze e nei passi ci sono molte similitudini. Durante il mio soggiorno sull’Egeo, inoltre, ho ammirato sia le bellezze naturali e paesaggistiche di questo lembo turco di Mediterraneo, ma ho visitato anche la città di Efes. Qui si possono ammirare non solo le antiche rovine di epoca romana, ma è possibile visitare quella che si presume sia stata la casa della Vergine Maria dopo la morte di Cristo. Ecco la straordinarietà della Turchia: un Paese la cui storia è attraversata dalle più disparate culture e tradizioni, le più diffuse delle quali, ad oggi, sono quelle legate alla religione musulmana. In merito a ciò, ho avuto la fortuna di assistere ai festeggiamenti di un’altra importante tradizione, cioè il Kurban, la Festa del Sacrificio, che viene festeggiata anche nei Paesi arabi con il nome di Eid al-Adha. Rievocando il sacrificio offerto a Dio da Abramo, si usa preparare la carne d’agnello (o talvolta di vitello), la quale viene divisa in tre parti: la prima è cucinata e mangiata in famiglia durante il primo giorno dei festeggiamenti, la seconda è distribuita ai poveri, e la terza viene consumata nel corso dei restanti giorni della settimana. Durante i giorni di festa, dunque, le famiglie si riuniscono a tavola per mangiare la carne accompagnata da riso, börek (la sfoglia tipica turca), insalata, peperoni grigliati e altri contorni di verdure. Questa festa, inoltre, è l’occasione per fare visita ai propri parenti, scambiandosi gli auguri reciprocamente.

Lo SVE può realmente aprire nuovi mondi e prospettive, far conoscere persone e stringere legami di amicizia che oltrepassano i muri delle differenze culturali e dell’incomunicabilità. E soprattutto nel momento del bisogno ci si può accorgere che le distanze non sono poi così ampie, che la solidarietà e la comprensione superano le diversità culturali e linguistiche. Io l’ho sperimentato la notte del colpo di Stato, quando nel bel mezzo della paura e del terrore ho trovato delle persone straordinarie che mi hanno offerto ospitalità e mi hanno confortata. Gli eventi negativi, purtroppo, accadono a chiunque e a qualunque latitudine. Ma ciò che importa veramente è il modo in cui li affrontiamo e li superiamo, oltre alle persone che ci aiutano a farlo. Ecco un altro esempio di educazione non-formale.

Nel mezzo del cammino del mio SVE, dunque, mi ritrovo a fare un bilancio più che positivo della mia esperienza. Ho cominciato in estate e ora, la seconda parte della mia esperienza, coincide con l’inizio dell’autunno. Gli alberi posti sui cigli delle strade di Ankara ingialliscono e le foglie che cadono svolazzano trasportate dal vento freddo che soffia in città. La vista delle colline diventa più chiara nell’aria pungente del mattino. E io mi accingo a vivere fino in fondo l’autunno turco che, mi ha assicurato la mia nuova compagna di stanza, ha fama di essere molto freddo.

 

Sabrina Sergi