Andare in Ungheria per il mio volontariato è stato un caso o, se volete, uno strano scherzo del destino. Fino a maggio dell’anno scorso non avevo idea di cosa fosse un volontariato, non conoscevo STRAUSS e certamente non avevo in programma di tornare in Ungheria dopo 11 anni. O meglio, il programma lo avevo, ma è sempre stato un programma di difficile realizzazione, per ragioni varie ed eventuali. Poi, un giorno di fine maggio 2019, scorrendo la mia home di facebook ho visto una bandierina ungherese che faceva capolino tra i vari meme e articoli di fake news. Qualcuno cercava un radio speaker per una NGO nella sperdutissima città di Nyiregyhaza, più vicina all’Ucraina che a Budapest. Prego inviare cv e lettera motivazionale a STRAUSS, che poi informerà la hosting organization. Compilo, scrivo, invio tutto. Tempo zero, mi sono trovata travolta dalle mail e dalle chiamate di Nuccia, una radio a cui ero piaciuta, e la spettacolare coordinatrice Dori con la quale il giorno dopo avrei fatto un colloquio via skype, seguito da un magnifico, ma al contempo raggelante ‘sei dentro’. Perché quel ‘you are in’ voleva dire principalmente due cose: che sarei finalmente tornata in Ungheria e che ci sarei tornata in appena 10 giorni, senza nessuna esperienza né di giornalismo, né di radio. Quello che chiamano un salto nel vuoto, insomma.

L’11 giugno sveglia alle 4 del mattino, due aerei, un treno strettissimo e pieno di bambini urlanti, una valigia che più che una valigia sembrava un armadio pronto ad esplodere. Ho conosciuto di persona Dori, una delle persone più squisite su questo pianeta, e Gabor, il boss burbero ma che alla fine t’aiuta sempre. E Anne, colei che sarebbe stata la mia coinquilina di un anno in un piccolo appartamento al terzo piano di un palazzo affacciato sulla strada più trafficata della città. E da qui è iniziata la mia avventura.

Perché di avventura di è trattato. Si crede spesso che esperienze di questo genere, prendere la propria vita e trasferirla in un altro Paese senza sapere a cosa si vada incontro, sia meglio viverle negli anni più acerbi della vita, quella post adolescenza ma pre età adulta in cui si deve decidere cosa fare nella vita e non si ha paura di sperimentare. Bene, io questa esperienza l’ho fatta a 29 anni, e devo dire che si è trattato di un risveglio di voglia di fare e ricerca di nuovi stimoli. Una sorta di macchina del tempo con la parlata stramba che mi ha portato indietro ai miei 24, o 25 anni. Che poi era l’età media di noi volontari laggiù.

 

Subito in studio, con Fede e Melo, una puntata del programma italiano sull’esame di maturità, imminente per migliaia di studenti italiani. Sere l’avrei conosciuta una settimana dopo, di ritorno da un viaggio mordi e fuggi in terra natia: futura terza coinquilina e quarto tassello della brigata italiana che in un modo o nell’altro era riuscita a prendere possesso di Mustar. We are everywhere. Tecnologia: impara a parlare in radio, a sistemare i pc e i microfoni, a utilizzare SoundForge, che più che un programma di editing è il figlio prediletto del demonio, mandato sulla terra per crashare giusto il momento prima di salvare 30 minuti di programma tagliati in 4 lunghissime ore e tanto tanto sudore condito da innumerevoli caffè. Nonostante fossi la ‘new kid’, l’ultima arrivata di tutti i volontari di Mustar, i miei colleghi mi hanno fatta subito sentire parte del gruppo. Avevo la mia postazione, che poi era mobile, per così dire. Il nostro non era un ufficio standard, ma una sorta di open space o smart office, o per meglio dire, un ‘dove trovi posto ti siedi’. Divanetti, puff, sedie scompagnate e scrivanie probabilmente recuperate da qualche casa di inizio secolo (il ‘900, non il 2000). Ma credo che questa fosse, e sia, la vera essenza di Mustar: un melting pot di persone, storie, esperienze uguali o totalmente opposte, che rendevano (e ancora rendono) Szent Istvan Utca 25 un posto eclettico e per certi versi assurdo. E’ un posto pieno di storia, quello, dove generazione dopo generazione volontari si sono incontrati e scontrati, hanno stretto amicizie, talvolta amori, certamente memorie che non sbiadiscono con il passare del tempo. E non c’eravamo solo noi: c’era l’ufficio di Gabor, Brigi e Zsuzso, c’era Dori, c’erano i volontari dell’associazione ‘cugina’, quei ragazzi di Kozpont con cui abbiamo condiviso tante avventure. E c’erano i ragazzi delle scuole, coloro ai quali facevamo lezione di italiano. Esperienza, questa, per me ancora più nuova di quella della radio: perché se dopo un po’ ci si abitua, a parlare a un microfono in uno studio in cui l’estate si raggiunge la temperatura del sole, in una lingua che non è la tua, di argomenti su cui fino alla settimana prima non sapevi assolutamente nulla, a parlare italiano ad una classe di studenti di terza superiore ci si abitua molto più lentamente. Ribadisco, molto lentamente. Perchè si usa gli al posto di i? Perché il passato prossimo e non il passato remoto? Come riuscire a far proferire parola a 6 studenti che non ti hanno mai visto prima, e a cui parli solo in una lingua che loro hanno iniziato a studiare due anni addietro? Queste sono le grandi domande delle vita a cui ho dovuto dare una risposta, o presunta tale. Insegnare è stancante, lunga vita agli insegnanti! Però, prima delle vacanze di Natale, mi hanno invitato fuori a mangiare un waffle. Degli amori.

Ma non è stato tutto rose e fiori. Come in ogni esperienza della vita che si rispetti, ci sono stati conflitti grandi e piccoli, che si sono risolti o sono rimasti ad aleggiare tra di noi come dei fantasmi, pronti a rincorrerti alla minima parola sbagliata. Ci sono stati problemi, come è ovvio che accada in un gruppo così grande: 10 persone che lavorano insieme, che vivono insieme, che si frequentano fuori e dentro l’ufficio. Può essere stancante, alle volte. Sfinente. Abbiamo tentato di risolvere tutto, con riunioni estemporanee in orario d’ufficio o davanti ad una birra nel nostro pub di fiducia. Purtroppo, il nostro è stato un anno sfortunato: per vari motivi, il nostro mentore non svolgeva a pieno il suo lavoro. Non avevamo, quindi, qualcuno esterno all’ufficio con cui parlare dei nostri problemi, conflitti o semplicemente idee. Un amico, insomma. Questa mancanza si è fatta sentire anche nei conflitti che abbiamo sperimentato con la parte ungherese dell’ufficio. Principalmente si trattava di un problema comunicativo: l’ungherese è una lingua ostica, l’inglese era parlato veramente a livello elementare dai nostri colleghi del luogo. Piccoli problemi si trasformavano in enormi ‘elephant in the room’ in un batter d’occhio. Ciononostante, l’ufficio si è sempre dimostrato disponibile, in ogni cosa noi chiedessimo o di cui avessimo bisogno, dal press pass per i concerti alle pentole e padelle mancanti nelle cucine spartane dei nostri appartamenti spartani. Che poi il mio appartamento era abbastanza carino e confortevole, 3 ragazze ci stavano alla grande. Bastava mettersi d’accordo con gli orari!

Tutto scorreva bene, nonostante tutto. Compleanni, festività, Natale e Capodanno trascorsi tra amici. Poi è arrivata lei, la pandemia. I miei colleghi del 2019 avevano terminato il loro progetto, ed erano già tornati a casa, tranne Sasha, che da volontaria si è trasformata in mentore. Anne e Melo avrebbero finito presto. Io sarei rimasta fino a fine marzo. Avrei avuto la possibilità di conoscere la nuova generazione, istruire ‘the new ones’ nel lavoro d’ufficio e sulle amenità offerte dalla città. Sono rimasta fino al 15 maggio, bloccata. Zero voli. Zero niente. In quest’ultimo periodo di lock down, di home office e spese solo dopo le 12, ho forse realizzato a pieno cosa un EVS (ora ESC) sia: una comunità di gente stramba, straniera, sconosciuta che si ritrova assieme in un posto ancora più strambo, straniero e sconosciuto, e tira fuori tutto il bene che questo mondo ha da offrire. I nuovi volontari sono stati per me una benedizione: con loro ho un rapporto talmente stretto che ad un occhio esterno potrebbe apparire falso, costruito. I ragazzi del mio anno, il mio EVS, sono stati le mie orecchie in Italia, e con loro ho condiviso paure e ansie riguardo a tutto il caos che il Covid stava causando in patria. Il burbero Gabor si è rivelato essere un boss premuroso, che mi ha lasciato vivere nel mio appartamento nonostante il progetto fosse ormai terminato, si interessava del contenuto del mio frigo e di quello del mio conto i banca. La mia sending, la STRAUSS, è stata lì con video call, mail e messaggi incoraggianti.

Se c’è una cosa che ho imparato, o meglio riscoperto, quest’anno, è stato il senso di comunità. Una comunità eclettica, piena di risorse e di generosità inaspettate. Gente con cui viaggi, ti sfoghi, ridi e piangi, cucini e litighi. Amici di amici che ti ospitano sul loro divano senza averti mai visto di persona, in un piccola città dall’altra parte del Paese. I ragazzi dei training, che in una settimana scarsa sono diventati una terza famiglia. Gli abitanti del luogo, che ti continuano a parlare in ungherese nonostante il grandissimo punto interrogativo stampato sul tuo viso, ma che si affezionano a te anche e soprattutto per questo. Un’amica con cui all’inizio pensavi di non aver nulla che spartire, ma che ora ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso. I nuovi volontari, con i quali in 3 mesi di lock down hai creato qualcosa che va oltre la mera convivenza.

Ho imparato tanto su di me. Mi sono messa in discussione più e più volte, ho cambiato idea oppure ho rafforzato le mie convinzioni. Un progetto di Erasmus+ è qualcosa che bisogna fare, una volta nella vita. Ti cambia la prospettiva. Guardi tutto da un’altra angolazioni. Ed è in qualche modo confortante che là fuori ci sia una comunità gigantesca di giovani europei che è pronta ad aiutarti sempre, no matter what, perché facciamo tutti parte di quella grande famiglia di gente strampalata e in qualche modo reckless che un bel giorno ha preso la pazza decisione di fare un salto nel vuoto e si è buttata, senza l’intenzione di aprire il paracadute.

 

Antonella Loi – EVS Ungheria, MustarHaz